Perché parlare di generi letterari?

Nel corso della mia vita, più e più volte mi sono ritrovato a parlare di libri. È un buon modo per attaccare bottone – soprattutto per quelli come me che, non fumando, sono preclusi dall’innocua richiesta dell’hai da accendere – e anche un buon modo per ravvivare una conversazione già iniziata. Allora io ed un’altra persona parliamo, ci divertiamo, tastiamo gli interessi reciproci… e poi bam!, ecco la fatidica domanda. Quella che aspettavo fin dall’inizio, ma che speravo, in cuor mio, non mi avesse mai posto; quella che ha messo in difficoltà ragazzi insicuri di generazione in generazione.

Eccola, eccola qui. Soltanto a pensarci mi sembra di udirla.

Che genere ti piace?»

E perennemente – oltre ad una buona dose di ansia, panico generalizzato, tentativo di riesaminare le mie letture quando non ricordo neppure cos’ho mangiato per cena – non so minimamente cosa rispondere. La trovo una domanda piatta, imprecisa. Come faccio a sapere qual è il mio genere preferito? Di conseguenza, invece di rispondergli con lunghe elucubrazioni contro il concetto di genere – le stesse che esporrò in questo articolo, – mi limito a dirne uno, magari un paio; continuando così la conversazione senza che io appaia come un pazzo, o magari eccessivamente pignolo.

«Mi piace l’horror» rispondo. Poi, per sembrare esperto: «Horror e fantasy. Ma non il fantasy banale, quello per acchiappare adolescenti. Parlo di un altro tipo, un tipo più serio. Mai sentito parlare di Martin?»

E così si continua a parlare, e magari wow, anche io leggo Martin, mi risponde, hai davvero dei bei gusti. Perché non ci vediamo un’altra volta, magari per un caffè? Conosco un bar in cui fanno la panna a forma di drago. O di lupo, se tu sei degli Stark.

Ma il fastidio di fondo rimane. La domanda sul genere è stata posta, ed io ho dovuto rispondere in modo approssimativo, come sempre. E perché penso questo? Come mai nel dire le mie preferenze, gli occhi bassi, le labbra tirate, le meningi spremute nel tentativo di incasellare i miei idoli in una categoria rigida, provo costantemente quel senso di incompletezza?

La risposta è semplice. I generi letterari, a mio parere, sono un metodo abusato per classificare romanzi.

Come già sappiamo, essi si basano sui contenuti di un’opera – come tragedie, lacrime e morti violente per il drammatico, sesso, droga e rock ‘n roll per l’erotico. Perciò “Tredici” di Jay Asher, che parla di un suicidio, è stata inserito nel genere drammatico, così come “Madame Bovary” di Gustave Flaubert e molti altri romanzi dell’Ottocento; allo stesso modo, “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa Panarello e “Cinquanta sfumature di grigio” di E. L. James fanno parte del genere erotico – e di quello social, quest’ultimo, considerando quant’è gettonato in rete. Si tratta perciò di due categorie rigide e chiuse, che richiedono determinati parametri.

Questo lascia presupporre una considerazione: i primi due romanzi sono simili tra loro, così come lo sono i secondi due, ed amare un membro di un binomio spinge consequenzialmente ad amare anche l’altro. Ma se non fosse così? Tredici, ad esempio, ha ben poco a che fare con Madame Bovary, nonostante facciano parte dello stesso genere. Anzi, è molto più simile a 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire e ai suoi temi erotici – più di quanto quest’ultimo lo sia nei confronti di Cinquanta sfumature di grigio, che appartiene al suo stesso genere. Il romanzo di Jay Asher e quello di Melissa Panarello, infatti, hanno molti punti in comune: l’incomunicabilità giovanile, l’incapacità di essere capiti, il desiderio di provare emozioni nobili e la scarsa adattabilità ad un ambiente tanto diverso da se stessi. Le differenze ci sono, ovviamente – prima fra tutti la vena erotica, del tutto estranea al personaggio femminile di Tredici, almeno direttamente, – ma i temi trattati rimangono pressoché gli stessi.

Qualcosa non torna. Che cos’è, allora, che accomuna due scrittori?

Per banalizzare, ecco la risposta: ideologia ed atmosfera.

Facciamo un esempio: un romanzo drammatico è ambientato in una famiglia, oramai in bancarotta, in cui un personaggio è afflitto da una grave malattia; un altro, invece, tratta di un ninja silente, sempre pronto a sporcarsi di sangue nel tentativo di vendicare la morte della figlia – senza esagerare con le spade, però, altrimenti finirebbe con l’etichetta del “romanzo d’azione”. Ebbene, cos’hanno veramente in comune, queste storie?

Stesso discorso per quelle erotiche: dopo una relazione cupa e depravata, il ragazzo protagonista (ex carcerato, ricercato dalla polizia e più se ne ha più se ne metta) uccide la ragazza con un brutale colpo di pistola; in un altro romanzo, al contrario, il sesso propriamente detto è il tema centrale della storia, al punto che la donna di famiglia diventa gravida, partorisce, diventa nuovamente gravida, partorisce di nuovo e alla fine mette al mondo un’intera schiera di depravati che mai conoscerà l’utilizzo del preservativo, da buon vizio di famiglia. E allora, sempre la stessa domanda: queste due storie sono davvero “simili”?

Ora, non voglio demonizzare il concetto di genere. Questo rimane utile per svariate ragioni – primo fra tutti quello della “prima lettura”, che informa anzitempo sui temi trattati; e se una classificazione dei contenuti è già abbastanza barbara, figuriamoci quanto può esserlo quella del pensiero, per antonomasia unico e personale. Semmai si possono utilizzare diversi parametri: ad esempio, il periodo storico – Tredici e 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, tra l’altro, sono stati pubblicati ad appena cinque anni di distanza – oppure la qualità del romanzo. Al riguardo il celebre scrittore Oscar Wilde, in uno dei suoi aforismi, afferma che l’unica classificazione possibile è una sola: “I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto.

Il fine ultimo della mia analisi, perciò, è quello di aprire la mente. Conosco molte persone che odiano un determinato genere, e che di conseguenza non leggeranno mai e poi mai, neanche sotto tortura, un libro appartenente ad esso. Niente di più sbagliato: possiamo odiare la singola opera, ma non la scatola che le contiene. Questa distorsione di giudizio è presente più che mai nella società attuale, generatrice di razzismo, miopia culturale ed egocentrismo più sfrenato. Forse sto esagerando, perché è soltanto di libri che si parla, in fondo: ma le grandi moralità, prima che dalle grandi cose, partono sempre da quelle più piccole.

Quindi, quando camminerò in giro, parlando con una persona di libri ed autori, e lei bam, mi pone la fatidica domanda, ecco che io avrò la risponde pronta.

«Il mio genere preferito? Beh, cara persona, questo non saprei dirglielo, ma sicuramente so qual è l’atmosfera che prediligo. No, non sono pazzo. Ho semplicemente scritto un articolo al riguardo. Comunque là c’è un locale in cui preparano un ottimo caffè. Bell’atmosfera, non le pare? No, mi scusi, non so di che genere si tratti. Possiamo chiederlo al proprietario, una volta entrati.»

E voi? Qual è il vostro genere preferit…

Oh, no. Stavo cadendo nel tranello.

Riformulo la domanda: quale atmosfera preferite, in un romanzo?

 

 

LINK UTILI

Dal Fantasy alle Fanfiction: come districarsi tra i nuovi generi letterari, in StoriaContinua (https://www.storiacontinua.com/libri/mappa-dei-generi-letterari/).
Perché i generi letterari sono così importanti?, in Ioscrittore (https://www.ioscrittore.it/2017/01/11/perch-i-generi-letterari-sono-cos-importanti/).

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3 pensieri riguardo “Perché parlare di generi letterari?

  1. Grazie per la segnalazione tra i link utili. Interessante il tuo punto di vista. Credo che il genere serva soprattutto quando ti devi crearti una riconoscibilità tra il pubblico. Personalmente non vado pazza per i libri di genere, però devo ammettere che facendo editing per gli autori ho scoperto anche delle vere e proprie perle sotto l’involucro del genere.

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    1. Ho apprezzato molto il tuo articolo, in particolare la questione dei lettori che, nell’era digitale come non mai, riescono a dettare nuove regole. Il concetto di genere muta al variare della letteratura: speriamo solo che tale evoluzione risulterà coerente. E comunque, alla peggio, possiamo sempre affidarci alle nostre care atmosfere 🙂

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