Perché ci piace l’horror?

Dalla letteratura ai fumetti, dai film ai videogiochi, il genere horror – inteso come l’insieme di opere in grado di suscitare sentimenti di spavento e di disgusto – ha sempre riscosso grande successo. Nel caso specifico della letteratura, tutti noi conosciamo il mostro di Frankenstein, così come il Conte Dracula, il semi-dio Cthulhu e il pagliaccio Pennywise, e comunque, se proprio non li conosciamo, fuori dalla porta troveremo sempre una persona pronta a darci degli eretici. Insomma: il genere horror vive, ha vissuto e continuerà a vivere, a dispetto del tema della morte così frequentemente abusato.

Allora, un dubbio sorge spontaneo. Perché ci piace l’horror? Cosa ci spinge a comprare un libro, fumetto e via dicendo, pur sapendo che leggeremo di violenza fisica e psicologica?

Bella domanda, direbbe qualcuno. Viviamo nel perenne tentativo di divertirci, rilassarci e vivere una vita tranquilla, eppure, nonostante questo risultato dipenda – almeno in parte – dall’allontanamento dagli stati d’animo negativi, non possiamo fare a meno di cercarli, ritrovandoli in quelle forme narrative che, dall’alba dell’uomo, continuano a riscuotere successo. E chissà che questo non valga anche per la vita reale?

Per trovare una risposta, procediamo con l’analisi qui di seguito. Mi sono limitato ad elencare i motivi per cui le opere horror sono apprezzate, dividendole in tre categorie (quattro, come vedremo in seguito). Ovviamente, non vanno considerate troppo rigidamente, ma al contrario come adattabili al contesto, alla persona e alle esperienze di vita, che prime fra tutti contribuiscono alla formazione del gusto; nonostante questo, comunque, vanno tenuti a mente dei punti fermi. In fondo, se un clown assassino piomba dall’alto e conficca un coltello nella testa, si muore in ogni caso, no?

 

Motivo numero uno: tensione emotiva

Un bambino inseguito da un clown assassino, il quale fino a poco prima, stranamente, sembrava un normale venditore di palloncini; una nave che fugge da una piovra gigante; un mostro di laboratorio che, insoddisfatto della propria esistenza, chiede al suo creatore di regalargli una compagna. Ecco: tutti questi sono esempi di tensione emotiva; oppure, in chiave narrativa, di conflitto interno: con questo termine si intende un problema da affrontare, del tipo più disparato, che motiva (e affligge) il personaggio protagonista. In pratica, senza conflitto interno non c’è storia – con tutte le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Di conseguenza, più il conflitto interno è grande, più il lettore sarà interessato alla storia. Ad esempio, desta in voi maggior interesse una persona che sta per strozzarsi, mangiando della carne a cena, oppure un bambino che fa capricci per quella cotoletta tanto cruda? Oserei dire la seconda, anche se io, almeno personalmente, non mangerei mai carne cruda.

A questo punto, possiamo già trovare una prima spiegazione sul perché le opere horror sono tanto amate: e cioè poiché caratterizzate da un grande conflitto interno. In un mondo pieno di mostri e violenza, e in cui il protagonista, il più delle volte, mette a repentaglio la sua stessa vita, non sorprende che il lettore voglia conoscere il finale. Questo vale anche nella vita ti tutti i giorni: come si sente quella data persona, ricoverata in ospedale proprio da ieri?, cosa sono quelle risate che ascolto ogni sera, al buio, nella cantina?, cosa succederà, adesso che ho investito quel povero pedone finito lì per caso?

Questo ragionamento, comunque, è fin troppo semplicistico, e non riesce a spiegare la necessità così impellente di dare e ricevere storie horror. Un conflitto interno, per quanto grande, non può arrivare a tanto; ed è per questo che nel caso dell’horror si parla non di un solo conflitto interno, ma di ben quattro, perfettamente miscelati in ogni opera cupa che si rispetti.

– il primo è quello che abbiamo appena visto, ossia la tensione emotiva derivante da una situazione spiacevole;

– il secondo, invece, si concentra non tanto sugli eventi del mondo interno, ma di quello interno, coincidente con gli stati d’animo del protagonista: se risolvere un problema consente di riportare la pace, debellare una minaccia o ottenere i più svariati vantaggi – correggere un’imperfezione del mondo esterno, insomma, – riveste anche l’obiettivo, ben più banale, di infondere serenità al personaggio. Come pensate che si senta, immerso in una complicazione tanto asfissiante? Molto male, se non addirittura depresso, di conseguenza il desiderio di una risoluzione si fa ancora più allettante (anche se, ad essere sincero, il classico lieto fine è sempre più raro nel mondo dell’horror).

– il terzo conflitto interno si lega al secondo, e consiste nell’evoluzione da parte del protagonista. In fondo, il cambiamento avviene per apprendere nuovi schemi mentali, e nell’horror, dove il pericolo è dietro l’angolo, la spinta a compierlo ha un’energia impressionante (non foss’altro per l’istinto di sopravvivenza). Personalmente, questo aspetto è tra quelli che preferisco maggiormente, e sul quale le sperimentazioni letterarie sono ancora aperte;

– infine, il quarto conflitto interno, di ordine superiore: esso consiste nell’inchiesta del protagonista, diretta a scoprire come risolvere una data situazione (per poi risolverla personalmente, oppure delegare altri sulla base delle informazioni raccolte), e il tutto mantenendo la propria incolumità, se possibile. Il desiderio di conoscenza è molto spiccato, nell’essere umano, e si fa ancora più intenso per quegli eventi che (apparentemente) non hanno spiegazione: proprio come una piovra in forma umana e un clown assassino che vive nelle fogne. Questi stessi eventi, però, sono più pericolosi del normale, e da qui deriva il conflitto tra il desiderio di conoscenza e la volontà di scappare, cioè rimanere nell’ignoranza, in una fuga tanto fisica quanto mentale.

Affrontare un evento sovrannaturale, di conseguenza, assume uno scopo ulteriore: comprenderlo nel profondo, così da sconfiggerlo in quell’occasione e in tutte quelle future (It di Stephen King vi dice qualcosa?). Potremmo affermare addirittura che si tratta del conflitto interno principale: se i primi tre riguardano una visione più “egoistica”, infatti – uscire da una situazione negativa, sentirsi meglio ed evolvere, nonostante questi processi, in un certo senso, contribuiscano anche al benessere degli altri – il terzo approda ad una dimensione altruistica, poiché rivolta a quelle soluzioni che, irraggiungibili nella vita di tutti i giorni, fungono da insegnamento per chi è estraneo alla situazione spiacevole; e tanto nel presente quanto nel futuro. Perché raccontarle, altrimenti?

Questo aspetto si lega anche alla funzione didattica, il secondo motivo per il quale le storie horror sono tanto apprezzate.

 

Motivo numero due: insegnamento

«Se vedi un assassino con una maschera, un’ascia insanguinata tra le mani e che continua a ripetere il tuo nome, ti conviene scappare.»

Questa affermazione semplicistica – diluita in mille situazioni, eventi e circostanze, e dagli esiti più imprevedibili – è alla base di innumerevoli opere; costituisce perciò un insegnamento, per quanto stereotipato (anche se personalmente credo che in pochi si farebbero trovare impreparati, in una situazione del genere, ridendo di gioia e correndo ad abbracciare l’assassino). Ma questo rimane un esempio classico, mentre la realtà, con tutte le sue variabili e probabilità, appare molto più complessa.

Facciamo un altro esempio: un ragazzo dolce e gentile torna a casa, appoggia le chiavi all’ingresso, va a lavarsi i denti e viene pugnalato brutalmente dalle spalle. Perché? Non avevamo detto che l’insegnamento base è quello di scappare, in una situazione di pericolo? Per analizzare la situazione, in questo caso, dobbiamo cambiare il tipo di domande, così da renderle compatibili con il caso in questione. E cioè: perché per povero ragazzo non è riuscito a scappare? A questo punto, i fattori da prendere in considerazione sono pressoché infiniti: la mancanza di uno specchio nel bagno, che gli avrebbe consentito di notare l’altra persona; la sua flaccidità fisica e mentale; la scappatella con l’amica del college, mentre lui è fidanzato da tre anni con un’altra ragazza; l’instabilità mentale della ragazza stessa; il coltello affilato che, per pura coincidenza, era nel cassetto della cucina, proprio vicino al cestino che conteneva il preservativo usato – e che lei avrebbe giurato di non aver mai utilizzato: che schifo, il gusto alla fragola!

In definitiva, il racconto horror ha una funzione didattica. Leggendo una situazione pericolosa non possiamo fare a meno di chiederci: come mi sarei comportato, al posto suo? Cosa ha sbagliato, il protagonista, per invischiarsi in un guaio simile? Alla luce dei fatti, non sorprende che l’essere umano, nel suo ancestrale impegno nella sopravvivenza, abbia deciso di condividere le esperienze più pericolose, così da mettere in guardia gli ascoltatori. Per banalizzare, a scuola impariamo proprio le cose che non sappiamo; allo stesso modo, siamo del tutto ignoranti di fronte a fantasmi e teschi parlanti, tant’è che andiamo alla ricerca di una spiegazione.

E se gli autori contemporanei, nelle loro opere, inventano mostri e creature di ogni genere, non è certo un caso: lo fanno per compensare quel senso di ignoto che ci ha pervaso giorno dopo giorno, diminuito drasticamente con le ricerche scientifiche. Un lampo è un fenomeno scocciante, al giorno d’oggi, perché significa dover rimanere chiusi in casa, mentre una volta era del tutto inspiegabile. È per questo che vi sono così tanti racconti passati incentrati sul tuono: per spiegare cosa fosse. E col tempo, racconto dopo racconto, il fulmine è stato considerato non più come le ire del dio Thor, ma come un fenomeno atmosferico legato all’elettricità; perciò completamente gestibile (salvo alcuni casi).

Se siamo qui, in un certo senso, è grazie ai racconti horror. Un’altra riflessione paradossale: la vita si crea sulla base di un alto numero di morti?

 

Motivo numero tre: società attuale

Infine, vediamo il terzo e ultimo motivo per cui non possiamo trattenerci dall’acquistare un bel libro dell’orrore. Prima di procedere, però, ripercorriamo i primi due, ma osservandoli da un’angolazione diversa, stavolta: la psicologia umana. Ebbene, se il conflitto interno e la funzione didattica possono – a primo impatto – sembrare una caratteristica dell’opera stessa, ad un’analisi più profonda si fa un’interessante scoperta, e cioè che quelle caratteristiche – innegabilmente presenti all’interno di un romanzo horror – facciamo in realtà presa su qualcos’altro, ossia il cervello dell’uomo e il modo in cui ragiona.

Questo modello mentale, però, non è vecchio quanto l’uomo, in quanto ha subìto evoluzioni grazie al trascorrere dei millenni e alla selezione naturale. A questo riguardo, il terzo motivo che ci accingiamo ad analizzare non riguarda l’essere umano nella sua intera storia, ma soltanto negli ultimi eventi che, con l’urbanizzazione e l’evoluzione tecnologica, tra le tante cose, l’ha cambiato nelle fondamenta. Perciò, se amiamo l’horror, i motivi principali sono ben tre; e l’ultimo di essi è nato soltanto adesso, o perlomeno durante l’ultima fase dell’evoluzione umana.

«Hai visto?» potrebbe dire un ragazzo di oggi, il cappello girato mentre mastica un chewing-gum. «Ero all’interno della cantina, stavo afferrando quello scatolone e bum!, un ragno mi è saltato addosso. L’ho evitato per miracolo. Poi mi sono voltato, l’ho visto scappare e ho fatto appena in tempo a schiacciarlo con la suola. Sono stato forte, eh?»

Questa è una classica disavventura del ventesimo secolo. Ma come paragonarla ad una di trentamila anni fa?

«Accidenti!» avrebbe detto un primitivo, se solo avesse saputo parlare. «Abbiamo visto una tigre, l’altro giorno, e aveva due denti lunghi come sciabole. Ha ucciso all’istante il mio compagno, poco dopo mia moglie. A quel punto gli sono saltato addosso e ho cercato di sgozzarlo. E l’ho ammazzato, credetemi; anche se farlo mi è costato il braccio destro.»

Ecco due storie a confronto, ecco la differenza di pericolosità che, per fortuna, oserei dire, intercorre tra noi e i nostri avi.

Alla luce di questo esempio, il terzo motivo è riassumibile nell’affermazione: non siamo più in pericolo come una volta. E questo è un bene? Non so, non rientra nella mia analisi. Fatto sta che la completa tranquillità in cui viviamo, per alcune persone, dev’essere compensata; ed è proprio per questo che apprezzano l’idea di un polpo violento e di un clown divora-bambini, perché sono in grado di suscitare le stesse emozioni di un mammut, di una tigre denti a sciabola o di una neve impervia risalente a molti anni prima. Il rischio, per quanto diminuito, continua ugualmente a far parte della nosra persona, e vista l’energia che ci ha sempre attribuito – tutto, pur di sopravvivere, – alcuni cercano disperatamente di appellarsi alla stessa.

Questione di adrenalina, tutto qui. E se l’adrenalina coincide con uno stato d’animo negativo, è pur sempre meglio dell’apatia più totale, in un certo punto di vista (questo tema in particolare mi ha sempre affascinato, al punto che vi ho scritto un racconto, intitolato Black Zero, e molti altri sono sul listino delle idee).

Prima di concludere, un’ultima questione – magari più innovativa delle altre: se amiamo l’horror, secondo Davide Algeri (non pricologo psicoterapeuta) la spiegazione va ritrovata anche negli adolescenti: lui li chiama “giovani mostri”, proprio perché loro, con tutti i loro cambimenti fisici, sociali e sessuali, si percepiscono come una sorta di ibridi, del tutto comparabili alle creature che conosciamo tutti: il Conte Dracula, il mostro di Frankenstein e compagnia bella. Vivono pertanto in una sorta di immedesimazione. E cosa c’è di più spaventoso, nella società odierna, che guardarsi allo specchio e non riconoscersi più?

Nasce un brufolo, il petto si gonfia, l’altezza aumenta… e denti aguzzi e bulloni alle tempie sono pronti a comparire. Ah, questi giovani d’oggi: cos’è che bevono, carburante?

 

L’analisi termina qui. A voler riassumere, potremmo dire che l’horror fa parte di noi stessi, tanto dalla parte della vittima tanto da quella degli assassini; e se si tratta di un desiderio che va soddisfatto, d’altronde, meglio farlo in un’opera di fantasia piuttosto che nella realtà.

Non nego che vivere una vita difficile incrementi la passione per questo genere. Il perché alcuni vivono una vita di stenti e sofferenze? Non saprei dirlo, e comunque, pur considerando l’enormità di variabili, affrontarle in questa sede risulterebbe inopportuno. Alcuni hanno l’orrore in testa, e chissà che questo, invece che un difetto, non sia una programmazione congeniale nell’affrontare il pericolo – lo stesso scomparso con l’urbanizzazione. Per quanto sperimentale, lo considererei ugualmente come il quarto motivo per cui le opere horror sono tanto apprezzate.

In ogni caso, c’è molta filosofia, in questa dinamica. E molta forza: alcuni realizzano di non poter vivere una vita felice (almeno per il momento), e nonostante la paura, la rabbia e lo sconforto, sono costretti ad agire diversamente, traendo gusto dagli stessi stati d’animo negativi. Un po’ come finire nelle acque torbide ed imparare a nuotare, vista l’impossibilità di uscirne. Sta tutta qui la spiritualità e la commozione che si nasconde dietro l’amore per l’horror.

E voi? Amate la tenebra quanto il sottoscritto? Oppure preferite un prato di fiori inondato di luce, ben più confortevole di una rosa gigante, parlante e assassina che divora ignari fidanzatini?

 

 

LINK UTILI

Film horror: perché piacciono tanto ai ragazzi?, in Davide Algeri (https://www.davidealgeri.com/film-horror-e-adolescenza/).
Il fascino del terrore, in Grado Zero (https://www.rivistagradozero.com/2016/02/16/il-fascino-del-terrore/).

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